“Unus non sufficit orbis”

Passeggiavano danzando quei due, sfiorando pesantemente il suolo che impaurito sembrava si abbassasse sempre di più. Sfrecciavano bruciando ogni cosa con lo sguardo. Urlavano.

Stavano bene insieme, si completavano a vicenda, entrambi prendevano i pregi dell’altro per annullare i propri difetti. Un Vento, caldo e profondo e il Diavolo infimo e banale, proteiforme.

Venivano dal nord e portavano con loro quel freddo che non ghiaccia e che non si combatte con il fuoco o con la lana, no. Seminavano sul terreno fertile di una città corrotta e grandiosa come Roma quel freddo che gela dentro, il sangue e la mente; quel freddo che Dio solo sa come fermare.

Quel freddo che solo Dio crede di saper fermare.

Roma era inadatta e ostile a quel loro passatempo che era sfrecciare liberi nell’aria, loro, schiavi come nessuno mai, legati con le inscindibili catene dell’apparente facoltà di scegliere, illusoria libertà. Qualcuno forse li aveva creduti due ipostasi libere? Ebbene sbaglia poiché sono schiavi del tempo, il più severo di tutti i padroni.

Così alla ricerca di spazi più ampi, luoghi che potessero contenere l’ego del vento: onnisciente, illimitato, superbo e mura, così abituate al losco e al male da non spezzarsi alla presenza dell’anima nera di Lucifero, volarono sopra il campo Marzio fermandosi bruscamente a Piazza del Gesù.

Il vento si sentiva stretto, imprigionato da tanto marmo e da tetti così altezzosi da sfidarlo, ma ben presto scoprì come i vicoli stretti che si creavano gli facilitavano il soffiare, gli venivano incontro senza avere paura di lui. Il diavolo invece guardava impietrito quella grande facciata bianca che inevitabilemnte, nonostante la sua presenza, continuava a comandare sull’intera piazza; c’era qualcosa che al contempo lo attirava e lo spaventava. Quella era la chiesa dei Gesuiti e qualcosa da lì dentro lo attirava; lui non poteva farci niente, vi era come un qualcosa di fisiologico per il quale in quel momento, in quel luogo, Satana in persona dovesse entrare in quella Chiesa.

-“Aspettami qui, devo entrare solo un momento” – disse il diavolo.

-“                           “ – rispose il vento che, scisso da quell’inespugnabile binomio, ritrovava pian piano la sua essenza goliardica e spensierata.

All’interno trovò qualcosa di inaspettato: la forza dell’obbedienza, dell’unione, della ragione. Trovò ciò che in nome di un crocifisso sempre di più  vi si allontanava, apprese quanto l’uomo di Chiesa potesse spingersi oltre, qule fosse la sua essenza, Capì che spesso la cosa più giusta da fare era drastica e maligna, e che quanto più la si perseguiva tanto più ci si allontanava da Dio ma potè al contempo osservare anche come in tale circostanza si potesse restarne umili e devoti servitori.

Carpì attraverso le immagini, l’architettuta, la scultura che l’arte portava un messaggio intrinseco, inseparabile dall’immagine che lanciava, riscontrabile nella sua veridicità; così assimilò il lusso, lo sfarzo, l’abbondanza che non erano lì a caso e ne condivise la ragion d’essere. Si sentì immediatamente piccolo, insignificante di fronte a quanto di più si pensasse potesse esserci di simile a lui sulla terra scoprendo che a suo malgrado quelli fossero, sì simili a lui, ma più grandi.

Si dice che il diavolo non uscì mai più da quella Chiesa, ebbene i Gesuiti non lo uccisero né lui restò con loro, oh no, nessuno può essere tanto presuntuoso e sconsiderato da sottovalutare il diavolo e non lo fecero neanche loro. Il diavolo sconsolato e afflitto uscì dalla porta sul retro, spaesato e perso -dentro- si ritrovò in un portico: sui suoi passi la sfida con se stesso, o peggio, con i suoi limiti, davanti a sé l’ignoto: forse meglio. Così entrò a Palazzo Venezia ed è qui che restò per molto. Ne uscì solo secoli e secoli dopo, da un balconcino, più o meno nel 1922.

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