Archive for February, 2010

Arma

February 15, 2010

Racconto per il concorso “Autori di vita- omaggio a Pasolini”, tema: Memorie di una città.

(Se qualcosa non vi torna, cercate su wikipedia Plotino e  Walter Benjamin )

P.S.  La foto non è Roma, l’ho scattata quest’estate a Palermo, però rende l’idea…

Arma

Declino dell’aura

Anima mundi

Giorgio abitava a via di Castel Forte 31, nella periferia di Roma. Ci teneva sempre molto a dire “periferia di Roma”, in qualche modo era un qualcosa che lo legava, almeno in parte,al caput mundi, giustificava il suo accento, il suo codice postale, ma niente di più. Perchè, in realtà, a stento ti ricordavi di essere in Italia per quelle vie, o meglio, per quel coacervo insensato di cemento e amianto che si stagliava appena fuori il raccordo anulare. Per essere precisi il GRA passava proprio sotto la finestra di Giorgio, lui lo odiava. Era un muro. Una catena. Terza ipostasi lo rendeva ombra, male. Lo escludeva; lì la luce del colosseo, di largo Argentina, di Trastevere non arrivavano, era un microcosmo a parte, con i suoi pregi e i suoi difetti, ma soprattutto con le sue regole.

Giorgio era soprannominato “Arma”, a sentirlo puo sembrare un soprannome imponente, da duro, ma non è il nostro caso: Arma veniva purtroppo da Armallini, il cognome di Giorgio: niente pistola, niente serramanico. Un’illusione.

Giorgio era molto alto, questo lo rendeva goffo in ogni suo gesto, era un grande cuore in un corpo troppo stretto o troppo largo che gli limitava le capacità, la visuale, lo rendeva inadatto; aveva i capelli poco curati, un accenno di pizzetto e dei grossi occhiali rossi, erano del nonno; ascoltava jazz, lo zio gli aveva lasciato molti dischi; leggeva Diabolik, il cugino aveva tutti i numeri e glieli prestava in cambio di una sola sigaretta; vestiva largo, ma non per moda, non per musica, erano i vestiti del fratello.

Vestiva largo per necessità e questo gli andava stretto.

Etica, estetica

Giorgio insomma non era molto attraente ma in compenso aveva un gran senso del bello; il suo vicino di casa prima di diventare un alcolista e perdere il lavoro era un critico d’arte, gli aveva prestato molti libri e questi avevano affinato quel dono innato, che si ritrovava per caso ad avere, di riconoscere la bellezza nelle cose, carpirla, gustarla. Farla sua. In questo modo assottigliava il suo anatema intrenseco, le beffe della natura, quanto di male aveva ereditato in corpo. Ebbene quello che chiedeva in fondo non era troppo: ipostatizzare quella carta consunta dei libri, toccarla con gli occhi, non con l’immaginazione; sapeva bene che la risalita sarebbe stata difficile, bisogna attraversare il GRA, tangenziali, flussi mortali di velocità e tecnologia. Di nuovo. Ma Arma era convinto, determinato. Illuso.

L’autobus non gli piaceva, era un microcosmo surreale in cui inspiegabilmente nessuno provava la sua stessa emozione e in cui nessuno paventava la lua stessa ansia; si stupiva quasi che quell’ammasso di ferraglia non fosse almeno in parte in agitazione, effettivamente all’ottantasette barrato non era venuto in mente di agitarsi, neanche un po, non sapeva forse di passare, ogni giorno, da realtà a metafisica. Ma Arma sì.

Declino dell’aura

Sfrecciava il paesaggio, correva lento e inesorabile. Sempre più macchine, più palazzi, più caos. Stazione Termini mise a dura prova il suo senso del bello, captava una qualche discrepanza in quella così imponente struttura e il suo degrado interiore; via Nazionale, come di norma il sabato, è intasata. Il Colosseo sembra lontano come mai prima, perchè non vi era ora solo lontananza ma qualcosa di più, c’era il brutto, devastante quanto inaspettato, tanto da far ombra ai sogni di Arma, o ancor peggio, alla sua immaginazione.

Il Colosseo era sporco, dentro;

orecchio all’autoguida sguardo al cielo e la magia sfuma desolata e disillusa il palatino è invaso da gruppi asiatici immensi dai loro flash dai loro mille obiettivi che strappano l’anima ai monumenti piazza venezia è nera di poliziotti e camionette le sirene fanno troppo rumore per lasciare gli occhi liberi di gustare il pantheon soffoca tra piccioni musicisti bar e passanti le persone passano corrono non guardano estendono il loro occhio con un obiettivo pensando di potenziarlo ma privandosi dell’emozione

non lo sanno ma ad ogni statua, muro e quadro tolgono ogni volta un pizzico di unicità, di essenza.

E così era l’umore di Arma a fine giornata, a terra, dopo aver girato e visto tutto il possibile, dopo aver tentato l’intangibile congruenza tra idea a realtà, dopo aver constatato che qualcosa di inesorabile oscurava la magia dell’arte, zaino in spalla, tornò a casa. A piedi.

Credeva di Trovarsi all’inferno, lontano da Dio. In borgata, lontano da Roma. Credeva che leggere non bastasse. Che la cultura fosse fine a se stessa.

Trovò Dio e desiderò l’inferno, vide Roma e rimpianse Castel forte, la sua stanza, i suoi libri; camminava lento e afflitto, lo zaino gravava sulle spalle ormai indolenzite, pioveva ed era esausto, le luci delle macchine lo illuminavano a tratti sfrecciandogli accanto, fulmini.

Alzò la testa, guardò Dio e rise.

Roma è un tutto, ogni parte è subalterna a un’altra, è una perfetta concatenazione; Roma è un’Idea, l’arte è un’Idea, perchè i muri si distruggono, cadono. Un’idea non muore.

Capì che quello che cercava in qualche modo ce l’aveva dentro, che aveva appena visto l’acme e la senescenza, Roma e roma, che aveva trovato qualcosa che andava oltre le sue immaginazione, le sue aspettative.

Rientrò a casa, la madre in lacrime gli urlò contro chiedendogli dove si fosse cacciato per tre settimane senza dare uno straccio di notizie. Lui la guardò, rise e si chiuse in camera; era leggermente stanco, si adagiò sul letto indolenzito e finalmente, con una smorfia di piacere

chiuse gli occhi e riaprì il libro…

Pirandello da Rotterdam

February 7, 2010

Pur di convincermi che non devo preoccuparmi se a volte sono un po folle…Oppure, pur di convincermi ad essere folle, non so.

Eppure una simil bestia è il perfetto e famoso sapiente”

Di rado si è abbastanza lungimiranti da capire che porre agli antipodi due contrari, se pur paradossale, è un madornale errore. Secondo la filosofia più primordiale i contrari -di contro a quanto si pensa- si armonizzano e ancora meglio, si completano. Prendiamo ad esempio saggezza-follia, non è così corretto pensare che dove vi sia saggezza non vi possa esserci ombra di follia c’è infatti chi ha sostenuto, schierandosi contro l’inficiarsi della follia che addirittura non può esserci saggezza senza la guida della follia.

Si toglie il pathos al saggio considerando in pericolo l’immacolato logos, si spoglia il sapiente di ogni emozione rendendolo incapace di inverare ideali e virtù, così facendo cessa l’uomo e inizia il marmo, si distrugge l’Uomo e si crea un nuovo Dio che non esiste e mai esisterà per l’ontologia stessa del divino. Uno.

Quest’idea di ubermensch alla Nietzsche, di “lui solo è tutto” ha detto Erasmo, di cyborg diremmo noi oggi, insomma di intellettuale dell’iper Uranio o dei giardini di Tantalo delinea però una figura incapace di amare e chi non ama non puo proporsi corifeo di sapienza, perchè come scrisse Agostino nelle Confessioni, l’amore è il motore senza il quale la volontà non nutrirà la conoscenza.

La saggezza è inscindibile dalla follia come il corpo dall’anima in quanto la conoscenza, che è Umana, sugli Uomini e se pur tocca la metafisica lo fa da occhi umani, non sussiste se a colui che la cerca sono estranee le prerogative di un uomo e ciò che ci rende tali: i sentimenti, e se vogliamo, un pizzico di follia.

Si potrebbe quasi dire il contrario rispetto a quanto molti affermano: il senno è un appannaggio della follia, ed Erasmo da Rotterdam ne ha fornito una dimostrazione.

Il senno si basa sull’esperienza che è inaccessibile a chi come il sapiente permeato di acquiescenza è recluso tra le mura di un libro, sarà però habitat naturale del folle il quale non si astiene da nessuna esperienza; la paura distoglie dall’azione, la follia libera da tutto questo.

La vita è una commedia, vivere è recitarla -propugna Erasmo- : il senno toglierebbe la maschera ad ogni attore, svelerebbe la natura umana di ogni personaggio ossia il suo corpo senza il quid, l’essenza. Togliere l’illusione è togliere senso all’intera commedia, quindi alla vita. “La vita è una commedia”: non posso che pensare al mio Pirandello; Vitangelo Moscarda, Adriano Mei ad esempio, cercano una vita senza maschere, bramano di ritrovare la loro essenza estrinseca alle finzioni della vita, in Erasmo l’essenza è invece proprio l’illusione e la vita folle; smascherare la passione con la saggezza puo voler dire oscurare, dilaniare, disincantare la vita in quanto ogni ente è un sileno di Alcibiade e non è dato saperci se rotta l’illusione si aprirà per veder sbocciare le oniriche immagini al suo interno o se il suo capovolgersi sconvolgerà la sua vita, “scoprendosi da divino il più infimo degli schiavi”. La stessa morte se guardata all’interno è vita, e viceversa la vita è il preambolo della morte, la logica causa.

La vita è un’ illusione,  in Erasmo e in Pirandello,  è una commedia in bilico tra finzione e realtà.  Senza dar peso a questa dicotomia, senza chiederci se la nostra maschera -perchè ce l’abbiamo, e questo è certo- sia da togliere o da indossare ad aeternum, senza disturbare la magia dell’illusione, assistiamo al grande show della vita, una vita assurda che senza follia ci sarebbe davvero impossibile comprendere.