Omaggio a John Fante…

A John Fante, un autore sottovalutato e spesso poco considerato,  a cui va tutta la mia ammirazione.

“Chiedi alla polvere”

Nè carne, nè pesce, nè niente… “Chiedi alla polvere” è un romanzo costruito su tre storie. Prima: un ventenne sogna di diventare uno scrittore, seconda: un ventenne cattolico cerca di vivere nonostante il suo essere cattolico, terza: un ventenne italoamericano si innamora di un’ispanoamericana e cerca di sposarla. Il tutto a bagno in California. Unite le tre storie in un unico ventenne e otterete Arturo Bandini, fatelo muovere e otterrete “Chiedi alla polvere”. Ammesso naturalmente che abbiate un talento bestiale…(A. Baricco)

Tre storie, tre Bandini. Storie perfettamente intrecciate all’interno della vicenda di tre personaggi troppo diversi. Un protagonista poliedrico, imprevedibile, illogico spesso. Uno scrittore che scrive al contempo per denaro, per mangiare, per pagare l’affitto, e per ossessione. Un cattolico pronto a pregare, ad andare alla messa per la pubblicazione di un suo racconto…Pronto a bestemmire se ne vede la necessità.. Un uomo innamorato che presenta l’ossessione dello scrittore e la bipolarità del cattolico: è proprio la storia d’amore che infatti ostacola le altre personalità di Bandini, che impedisce alle altre storie di evolversi; per non parlare del finale: troncato. Una ghigliottina. Camilla Lopez, principessa Azteca, il deserto. Un uomo contro tutto ciò. Impotente, sfinito, rinuncia… A pari passo con le vicende del protoganista si districa un climax discendente perfettamente simmetrico, agonizzante. La prima storia, dello scrittore finisce bene, la storia del cattolico rimane sospesa, tagliata dalla passione per Camilla, la storia dell’innamorato finisce male, anzi, tragicamente. Una vittoria, un pareggio, una dura sconfitta. E’ perspicuo, riflettendoci, che la sensazione malinconica, di insoddisfazione che lascia l’ultima pagina del romanzo è una scelta ben precisa dell’autore, mi spiego: se Fante avesse voluto un lieto fine credo che avrebbe potuto farlo benissimo, intendo se avesse voluto che i lettori, finito il libro si alzassero con il sorriso, avrebbe potuto farlo benissimo, sarebbe bastato invertire le storie, il climax da discendente diverebbe ascendente ed una vicenda partita da uno sconforto amoroso si sarebbe gloriosamente conclusa con il trionfo del personaggio che ottiene la pubblicazione del suo romanzo..Avrebbe potuto farlo, certo, ma non l’ha fatto. Perchè ? Io credo che invertire le storie sarebbe stato banale. Prevedibile. Anzi, è il tocco essenziale, quello malinconico e triste intendo, per rendere il tutto tremendamente vero, reale. Tremendamente suo. Bandini, Fante, forse entrambi, riassumono in Camilla, il tragico, l’elemento fondamentale e negativo del romanzo, l’incapacità di vivere nella propria incapacità di amarla. Bandini si appiattisce, si arrende; come se tutto perdesse significato, come se tutto diventasse un mistero, come se davvero nessuno potesse rispondere…Allora chiedi alla polvere, forse è davvero lei l’unica in grado di rispondere, l’unica responsabile dell’infelicità di un personaggio, di un’autore, forse è lei Camilla Lopez, forse è davvero lei la vera protagonista. Credo che la storia sia triste perchè così debba essere, perchè così voleva l’autore. Perchè lo era l’autore che si specchia fisiologicamente nelle sue pagine.. In sintesi un’intrinseco destino tragico sito in Fante stesso, nel suo personaggio e nel suo libro, obbliga questo finale, questa brusca virata emotiva.Ovviamente non annulla peculiarità, io direi genialità, stilistiche precedenti nella storia che forse, anzi sicuramente, rendono il libro a prescindere dall’essere tragico o meno, una grande storia. Premetto che è una riflessione molto soggettiva e che non è detto che sia per tutti così, ma la l’elemento che mi ha veramente conquistato non è stato Bandini o la sua storia ma lo stile originale e appassionante di Jhon Fante. Fante scrive su due rette parallele la stessa storia, con due registri, due stili. Stili simili, complementari, ma che non si incontrano mai; proprio come le molteplici facce di Arturo Bandini. Il primo registro, diciamo la prima retta, comporta uno stile lineare, fresco, scorrevole, limato dal suo humor fine, dispensato da una mano abilissima :

“Una sera me ne stavo a sedere sul letto della mia stanza d’albergo, a Bunker Hill, nel cuore di Los Angeles. Era un momento importante della mia vita; dovevo prendere una decisione nei confronti dell’albergo. O pagavo o me ne andavo: così diceva il biglietto che la padrona mi aveva infilato sotto la porta. Era un bel problema, degno della massima attenzione. Lo risolsi spegnendo la luce a andandomene a letto.”

Parallelamente a questa retta, “Fante a”, corre, si insinua, la parallela, che possiamo chiamare “Fante b”; e non a caso “b”: questa retta è secondaria, più misteriosa, spesso un fulmine a ciel sereno, spesso confonde. Si tratta praticamente di un flusso di coscienza, della penna che lascia perdere la punteggiatura, la grammatica, prende il sopravvento, svolta bruscamente nei meandri del pensiero, dice ciò che bisogna dire, senza mezzi termini; lo spiega senza eludere i processi logici della mente e le caratteristiche reali di un uomo che pensa: imprecazioni, anacoluti, dubbi . E’ particolarmente efficace una definizione che fornisce, a questo proposito, A. Baricco : “è un tono, per così dire, da ballata: più libero, meno disciplinato, quasi “cantato”. Generalmente lo humour sparisce e irrompono toni dal sapore poetico. Le frasi si allungano e si vanno a cercare un passo e una rotondità musicali. Ballate, in tutto e per tutto.

“ Che fare allora? Alzerò la faccia al cielo, balbettando e farfugliando con voce impaurita? Mi scoprirò il petto e lo percuoterò come un tamburo per attirare l’attenzione del mio Cristo? O non è forse più ragionevole che io mi ricopra e continui il cammino? Ci saranno momenti di confusione e momenti di desiderio, e altri in cui la mia solitudine verrà alleviata solo dalle lacrime che, come uccellini bagnati, cadranno ad ammorbidire le mie labbra aride. Ma ci sarà consolazione e ci sarà bellezza, come l’amore di qualche fanciulla morta?

Alla luce di un personaggio e uno stile poliedrico si presenta tale anche tutta la dimenzione spazio-temporale modellata, influenzata dalla polvere .Una dimensione storica, la grande depressione del ’39, che non viene mai mensionata ma appare indirettamente solo specchiata in Bandini; descrizione molto più efficace di qualsiasi parole, nonchè geniale: descrivere un momento storico esclusivamente attraverso un personaggio che lo vive. C’è intensità ed equilibrio, Chiedi alla polvere solo apparentemente ci trasporta in un universo marginale, fatto di squallidi albergi e di locali dozzinali, forse è soprattutto uno straordinario viaggio interiore, un percorso tra i pensieri e i sentimenti di un giovane di vent’anni, con le sue ingenuità e contraddizioni ma anche con la sua sostanziale nobiltà ed elevatezza spirituale, risultato esplosivo dei binomi cultura-religione, necessità-sentimenti. Il romanzo finisce com’è iniziato: come un cerchio che si chiude, Arturo è di nuovo solo, ma con ancora più domande di prima. Finisce nel deserto, finisce e basta, nella polvere, unica, enorme, intangibile. Si chiude inspiegabilmente. Si chiude senza rispondere ad alcuna domanda, perchè ?

Non saprei..Chiedi alla polvere.

Scendi giù dal tuo paradiso, Dio, scendi giù che ti spacco la faccia. Allora la mia tragedia mi parve più grande di quella della donna e mi dimenticai di lei. (A. Bandini -all’apice della sua follia-)

Advertisements

Leave a Reply

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out / Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out / Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out / Change )

Google+ photo

You are commenting using your Google+ account. Log Out / Change )

Connecting to %s


%d bloggers like this: