“Agens o actus?”

Agens o actus?”

La libertà nel pensiero contemporaneo


Biologicamente, psicologicamente,economicamente…Liberi o no? Il pensiero contemporaneo si scinde drasticamente interpretando “l’oggi” per risalire al passato, confronta la propria dimensione con un’idea, vaga, astratta, Bellissima. Libertà.

Siamo liberi? “Non lo siamo stati” o “sicuramente lo saremo”; non si sa se ORA lo siamo, se è giusto o sbagliato. L’assurdo storico di fare sempre storia contemporanea, dice B. Croce, è la causa di questo dirompente relativismo esistenziale che è quanto di peggio ci possa capitare; così sostiene K.Popper. La storia giunge da noi, porta con sé tutto ciò di cui abbiamo bisogno: norme.

Noi stessi, noi siamo le norme, guide intrinseche. Fisiologiche. Come si può, nel XXI sec., dire che “giusto e sbagliato” siano relativi? Historia magistra vitae.

Un sociologo statunitense, Wilson, troverebbe tutto ciò al limite del ridicolo. Questo parlare “così liberimente di libertà”… Biologicamente infatti, a quanto la sociobiologia sostiene, la nostra libertà, la nostra possibilità di scelta è estremamente limitata; se effettivamente il carattere è insito nel dna, la libertà cessa con l’esistere. Non c’è.

Ma esiste un deus ex machina che può tirarci fuori da questo materialismo, da un destino demiurgo e determinista, sì, è il cervello, la mente, l’intelligenza: motore dell’umanità, “macchina perfetta” direbbe Minsky, chiave di svolta della storia e al contempo l’unico mezzo tanto potente da poter dilaniare, scardinare l’evoluzione. La mente ha dato inizio alla cultura: l’evoluzione è solo morfologica, “è una scienza non una teoria”. Quindi la cultura ci rende liberi e se lo può fare vuol dire che la libertà, quella vera, è la libertà di pensare; nessuno sarà mai schiavo finchè “un teleschermo non leggerà anche la sua mente” direbbe Orwell o finchè un agente delle SS non ti imporrà la SUA forma mentis. Direbbe Betthleim.

La libertà è poter pensare, è poter usare la propria cultura: tutto torna. Quando la politica vuole privare il popolo di libertà su cosa agisce? Sull’istruzione; storicamente la politica tocca, quando può, la libertà del cittadino: questo è l’autoritarismo Sud Americano ad esempio. Qui si apre un dibattito molto affascinante: come combattere per la libertà? Come ottenerla? Un ex rivoluzionario, possiamo dire “un rivoluzionario pentito” e al contempo un grande intellettuale come Octavio Paz denigra e demostifica ferocemente la guerrilla: la rivoluzione è un concetto occidentale, direbbe Nandy, la libertà si ottiene solo e soltanto con la libertà. Questo è bellissimo, è poesia.

Mi torna in mente a tal proposito un slogan palestinese che trasmettavano spesso al tg. “fighting for peace is like fucking for verginity”, nonostante la durezza centra squisitamente il punto: libertà, solo la libertà, chiama libertà. Seguire un’ideologia è apparentemente essere liberi; le ideologie hanno il triste destino di essere tradite: i liberali dai borghesi, Marx dai comunisti, Cristo dalla chiesa.

Quello che serve è congiungere la propria libertà con quella politica e quella politica a quella economica. Serve liberismo, ovunque, serve rivalutare l’iniziativa del privato oppresso dalla burocrazia governativa. Libertà.

La libertà è sempre nell’occhio del ciclone, perpetuo punctum dolens della società, nonostante quest’ultima non lo accetti. Accettiamo fieri l’eridità del libero arbitrio, lo facciamo nostro legandolo al letto di Procuste occidentale, ma subito dopo non riusciamo a concepire che un uomo possa sciegliere il male scientemente, liberamente. È un paradossale ritorno dell’intellettualismo etico, si puo solo compiere il bene, chi sceglie il male? È pazzo o malato; purtroppo però la libertà è anche questo, ma non lo accettiamo. Ci fidiamo ciecamente del nostro Freud, psicologo dell’umanità; ma intanto eros e thanathos ci guardano perplessi e ridono di noi.

Agens o actus? Credo agens et actus. Il caso.

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