Archive for January, 2010

Sola, come lui forse. Incognita.

January 14, 2010

A questo piccolo racconto  sono legato in particolar modo…Ha vinto il concorso “Pillole da viaggio” del corriere della sera ed è stato pubblicato il 2 Giugno scorso. L’ho scritto pensando ad una cosa ben precisa,  ma è così astratto che credo sia meglio non dirvi niente e che ognuno ci legga quello che vuole…

“Equazione”

Apre il quaderno, l’autobus sobbalza ancora goffo, sorpreso contempla attonito, nell’infinita rincorsa verso ciò che non c’è, un  “ < 0  ”. Calcoli e anime;l’intrinseco valore astratto,dava forma alla sua massa – antimateria – prima che all’equazione. Intangibile, perfetta parabola.  Sola. Come lui forse, incognita.

Così da scoprire che assieme all’equazione, fosse nullo anche lui.

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Omaggio a John Fante…

January 10, 2010

A John Fante, un autore sottovalutato e spesso poco considerato,  a cui va tutta la mia ammirazione.

“Chiedi alla polvere”

Nè carne, nè pesce, nè niente… “Chiedi alla polvere” è un romanzo costruito su tre storie. Prima: un ventenne sogna di diventare uno scrittore, seconda: un ventenne cattolico cerca di vivere nonostante il suo essere cattolico, terza: un ventenne italoamericano si innamora di un’ispanoamericana e cerca di sposarla. Il tutto a bagno in California. Unite le tre storie in un unico ventenne e otterete Arturo Bandini, fatelo muovere e otterrete “Chiedi alla polvere”. Ammesso naturalmente che abbiate un talento bestiale…(A. Baricco)

Tre storie, tre Bandini. Storie perfettamente intrecciate all’interno della vicenda di tre personaggi troppo diversi. Un protagonista poliedrico, imprevedibile, illogico spesso. Uno scrittore che scrive al contempo per denaro, per mangiare, per pagare l’affitto, e per ossessione. Un cattolico pronto a pregare, ad andare alla messa per la pubblicazione di un suo racconto…Pronto a bestemmire se ne vede la necessità.. Un uomo innamorato che presenta l’ossessione dello scrittore e la bipolarità del cattolico: è proprio la storia d’amore che infatti ostacola le altre personalità di Bandini, che impedisce alle altre storie di evolversi; per non parlare del finale: troncato. Una ghigliottina. Camilla Lopez, principessa Azteca, il deserto. Un uomo contro tutto ciò. Impotente, sfinito, rinuncia… A pari passo con le vicende del protoganista si districa un climax discendente perfettamente simmetrico, agonizzante. La prima storia, dello scrittore finisce bene, la storia del cattolico rimane sospesa, tagliata dalla passione per Camilla, la storia dell’innamorato finisce male, anzi, tragicamente. Una vittoria, un pareggio, una dura sconfitta. E’ perspicuo, riflettendoci, che la sensazione malinconica, di insoddisfazione che lascia l’ultima pagina del romanzo è una scelta ben precisa dell’autore, mi spiego: se Fante avesse voluto un lieto fine credo che avrebbe potuto farlo benissimo, intendo se avesse voluto che i lettori, finito il libro si alzassero con il sorriso, avrebbe potuto farlo benissimo, sarebbe bastato invertire le storie, il climax da discendente diverebbe ascendente ed una vicenda partita da uno sconforto amoroso si sarebbe gloriosamente conclusa con il trionfo del personaggio che ottiene la pubblicazione del suo romanzo..Avrebbe potuto farlo, certo, ma non l’ha fatto. Perchè ? Io credo che invertire le storie sarebbe stato banale. Prevedibile. Anzi, è il tocco essenziale, quello malinconico e triste intendo, per rendere il tutto tremendamente vero, reale. Tremendamente suo. Bandini, Fante, forse entrambi, riassumono in Camilla, il tragico, l’elemento fondamentale e negativo del romanzo, l’incapacità di vivere nella propria incapacità di amarla. Bandini si appiattisce, si arrende; come se tutto perdesse significato, come se tutto diventasse un mistero, come se davvero nessuno potesse rispondere…Allora chiedi alla polvere, forse è davvero lei l’unica in grado di rispondere, l’unica responsabile dell’infelicità di un personaggio, di un’autore, forse è lei Camilla Lopez, forse è davvero lei la vera protagonista. Credo che la storia sia triste perchè così debba essere, perchè così voleva l’autore. Perchè lo era l’autore che si specchia fisiologicamente nelle sue pagine.. In sintesi un’intrinseco destino tragico sito in Fante stesso, nel suo personaggio e nel suo libro, obbliga questo finale, questa brusca virata emotiva.Ovviamente non annulla peculiarità, io direi genialità, stilistiche precedenti nella storia che forse, anzi sicuramente, rendono il libro a prescindere dall’essere tragico o meno, una grande storia. Premetto che è una riflessione molto soggettiva e che non è detto che sia per tutti così, ma la l’elemento che mi ha veramente conquistato non è stato Bandini o la sua storia ma lo stile originale e appassionante di Jhon Fante. Fante scrive su due rette parallele la stessa storia, con due registri, due stili. Stili simili, complementari, ma che non si incontrano mai; proprio come le molteplici facce di Arturo Bandini. Il primo registro, diciamo la prima retta, comporta uno stile lineare, fresco, scorrevole, limato dal suo humor fine, dispensato da una mano abilissima :

“Una sera me ne stavo a sedere sul letto della mia stanza d’albergo, a Bunker Hill, nel cuore di Los Angeles. Era un momento importante della mia vita; dovevo prendere una decisione nei confronti dell’albergo. O pagavo o me ne andavo: così diceva il biglietto che la padrona mi aveva infilato sotto la porta. Era un bel problema, degno della massima attenzione. Lo risolsi spegnendo la luce a andandomene a letto.”

Parallelamente a questa retta, “Fante a”, corre, si insinua, la parallela, che possiamo chiamare “Fante b”; e non a caso “b”: questa retta è secondaria, più misteriosa, spesso un fulmine a ciel sereno, spesso confonde. Si tratta praticamente di un flusso di coscienza, della penna che lascia perdere la punteggiatura, la grammatica, prende il sopravvento, svolta bruscamente nei meandri del pensiero, dice ciò che bisogna dire, senza mezzi termini; lo spiega senza eludere i processi logici della mente e le caratteristiche reali di un uomo che pensa: imprecazioni, anacoluti, dubbi . E’ particolarmente efficace una definizione che fornisce, a questo proposito, A. Baricco : “è un tono, per così dire, da ballata: più libero, meno disciplinato, quasi “cantato”. Generalmente lo humour sparisce e irrompono toni dal sapore poetico. Le frasi si allungano e si vanno a cercare un passo e una rotondità musicali. Ballate, in tutto e per tutto.

“ Che fare allora? Alzerò la faccia al cielo, balbettando e farfugliando con voce impaurita? Mi scoprirò il petto e lo percuoterò come un tamburo per attirare l’attenzione del mio Cristo? O non è forse più ragionevole che io mi ricopra e continui il cammino? Ci saranno momenti di confusione e momenti di desiderio, e altri in cui la mia solitudine verrà alleviata solo dalle lacrime che, come uccellini bagnati, cadranno ad ammorbidire le mie labbra aride. Ma ci sarà consolazione e ci sarà bellezza, come l’amore di qualche fanciulla morta?

Alla luce di un personaggio e uno stile poliedrico si presenta tale anche tutta la dimenzione spazio-temporale modellata, influenzata dalla polvere .Una dimensione storica, la grande depressione del ’39, che non viene mai mensionata ma appare indirettamente solo specchiata in Bandini; descrizione molto più efficace di qualsiasi parole, nonchè geniale: descrivere un momento storico esclusivamente attraverso un personaggio che lo vive. C’è intensità ed equilibrio, Chiedi alla polvere solo apparentemente ci trasporta in un universo marginale, fatto di squallidi albergi e di locali dozzinali, forse è soprattutto uno straordinario viaggio interiore, un percorso tra i pensieri e i sentimenti di un giovane di vent’anni, con le sue ingenuità e contraddizioni ma anche con la sua sostanziale nobiltà ed elevatezza spirituale, risultato esplosivo dei binomi cultura-religione, necessità-sentimenti. Il romanzo finisce com’è iniziato: come un cerchio che si chiude, Arturo è di nuovo solo, ma con ancora più domande di prima. Finisce nel deserto, finisce e basta, nella polvere, unica, enorme, intangibile. Si chiude inspiegabilmente. Si chiude senza rispondere ad alcuna domanda, perchè ?

Non saprei..Chiedi alla polvere.

Scendi giù dal tuo paradiso, Dio, scendi giù che ti spacco la faccia. Allora la mia tragedia mi parve più grande di quella della donna e mi dimenticai di lei. (A. Bandini -all’apice della sua follia-)

Questione di mento…

January 9, 2010

Si sente parlare spesso di immigrati, stranieri, razze. Di chi secondo la propria provenienza ha, o meno, dei diritti, di chi merita o meno l’ospitalità nel nostro caro paese o perchè no, nelle classi delle nostre scuole; la xenofobia divampa, ma la gente non sa neanche di cosa parla…

“Questione di mento”

Il concetto di “razza” umana, che appartiene oltre che alla storia, fino alla più recente, anche ad ogni vocabolario e lingua di questo mondo, è , mi dispiace dirlo così, in ritardo di 40.000 anni. Assurdo ! Ma è vero ? Che vuol dire ? Vuol dire che fino a 40.000 anni fa potevamo parlare di razza umana, adesso no. A  grandi linee le due razze principali erano i sapiens Africani, in Africa, e i Neanderthal in Europa, due razze differenti: dal dna, all’aspetto, all’indole (come lo scimpanzé lo è con altri suoi simili per esmpio) ebbene queste due razze hanno vissuto insieme per un tempo pari alla distanza cronologica tra noi e Ramses II. In seguito ad una migrazione, appunto circa 40.000 anni fa, i sapiens Africani hanno invaso tutte le terre dei Neanderthal, le hanno popolate procurando l’estinzione completa di questi ultimi. E adesso viene il bello, quei signori, gli “invasori”, sono i nostri diretti antenati biologici nel senso stretto del termine, quindi siamo tutti Africani cari razzisti e xenofobi, tutti ! La controprova ? Toccatevi sotto le labbra, se avete il mento siete africani se non lo avete (cosa difficile) siete di Neanderthal.(Non è un scherzo! E’ uno studio recente e importantissimo, come ricorda Giorgio Manzi: Paleantropologicamente la differenza tra le due razze è questa, lo si è potuto scoprire dallo studio dei teschi ritrovati.)

La razza, o meglio il concetto di razza è una convenzione sociale, in altre parole, che non esiste ma ce lo siamo inventati noi; infatti nel mio dna, in quello di un monaco tibetano e in quello di un argentino c’è sempre e comunque un’affinità: un considerevole 85% di “dna dell’umanità” (così l’ha definito Andrea Barbujani); ed è lo stesso per tutti. Quindi pensiamo a tutti i dibattiti, a tutte le persone, ai libri che hanno parlato di razze biologicamente differenti, arrivando a dire che ne esistono più di trenta, bèh, non ve ne sono, che ci piaccia o no.

Obama è socialmente di colore, ma geneticamente non è catalogabile in nessun sottoinsieme (caucasico, afro, sud Americano) in quanto ha i genitori di due etnie diverse – se non sbaglio uno statunitense e l’altro sud Americano, ma non ne sono certo-.  Il che è palese, chi negherebbe che Obama ha la pelle scura ? Persino Berlusconi l’ha detto, è bello e … Non è questo il punto, il fatto è che nella storia la razza non è stata un’annotazione empirica del colore della pelle o della forma degli occhi,almeni non solo, ma nella poliedrica e scempia distorsione che usa fare la massa, nel grande letto di Procuste occidentale, RAZZA è diventato sinonimo di inferiorità, diversità, un dispregiativo. E’ un dibattito vuoto e a senso unico che deve cessare, la fonte attendibile è una…

“L’uomo è di certo l’animale più studiato, più classificato e contemplato…Parlando di razze, tutte le più grandi menti, da Kant a Livingstone, per secoli hanno espresso pareri da migliaia di punti di vista e ipotesi divergenti, scontrandosi e creando confusione. Allora smettiamola, mettiamoci d’accordo e ascoltiamo la scienza, l’unica che può rispondere…”

Charles Darwin

Un mostro, una fata.

January 8, 2010

Ho sempre avuto un rapporto strano con la neve.

Freddo.

Non ho mai fatto pupazzi di neve, ho sempre odiato gli slittini; io e la neve ci osserviamo:  lei è infima, io schivo. Credo sia questo suo schiantarsi dolcemente, il precipitare silenzioso…Credo mi inquieti perchè è incontrollabile, perchè è troppo bella per apprezzarla. Porta freddo, vento, gelo. La neve è un mostro, è una fata, è così terribilmente bianca, immacolata; mi ha sempre fatto venire  in mente le piume, credo sia il modo che ha di volare; eppure non riesco proprio a fidarmi della neve, non ce la faccio. Perche arriva di soppiatto, potrebbe ucciderti, gelarti, ma non lo puoi immaginare perchè è così bella che ti incanta, pensi allo slittino e al pupazzo di neve. Arriva di soppiatto, che neanche la senti; questo mi preoccupa. Neanche la senti.

La banalità del male mi gela, la normalità, la maschera. Come la neve. Mi gela, dentro.

Da leggere…

January 6, 2010

Il libro in questione è “L’alchimista” di Paulo Coelho, è l’ultimo libro che ho letto e l’ho trovato molto particolare…Diciamo che l’ho letto in due giorni e l’ho capito in cinque; a primo impatto sembra banale, bisogna pensarci un po sù…Ciò che segue è comelavedo IO, check it.

“L’alchimista”

Ascolta il tuo cuore. Esso conosce tutte le cose.”

La teoria indiana ( o “nativa americana” ) dell’esistenza sostiene che ogni cosa sulla terra ha uno scopo, ogni malanno un’erba per guarirlo. Ogni uomo una missione.

( da Dreamcatcher – Ed. Marlboro County)

Romanziere, dicono tra i più grandi sud Americani dopo Marquez e Borges, tragediografo, autore televisivo, hippy, direttore teatrale e giornalista. Coelho sa parlare ad un vasto pubblico, ad un pubblico mutevole e variegato; lo fa e lo sa fare bene perchè conosce molti linguaggi, o meglio: sa usarne uno, uno soltanto, ma molto bene. È il linguaggio dei simboli, unico e universale, e questo libro ne è la prova tangibile.

L’alchimista” a leggerne recensioni o il riassunto in quarta di copertina appare come una breve e semplice storiella, niente di più. Effettivamente non è particolarmente lunga o di difficile comprensione, ma definirla così è senza dubbio limitativo: “L’alchimista” è una storia simbolica, si districa, si sviluppa e si conclude attraverso l’azione di simboli sui personaggi; questo comporta estrema libertà per il lettore, ognuno puo leggere ciò che vuole in questo racconto, ogni simbolo ha infinite accezioni, nessuna esatta e nessuna errata, ogni lettore può trarre dal libro l’insegnamento che vuole, dal più banale al più arzigogolato e astruso, come può non trarre nulla e leggere liberamente. La scrittura simbolica mi ha fatto apprezzare la poesia della semplicità, la bellezza dell’elementare, mi ha spronato ad andare oltre, a pensare cosa ci potesse essere dietro quel banale raccontino, apparentemente banale, o cosa si celasse dietro tre righe di pura poesia che senz’altro non erano lì per caso.

<Le coincidenze non esistono> disse l’inglese […] eppure il ragazzo sapeva di cosa si trattava: la misteriosa catena che unisce ogni cosa all’altra…”

La coincdenza e il caso hanno un ruolo particolare: si chiamano segni. I segni o segnali sono quanto emerge dall’anima del mondo verso l’anima di ciò che è terreno; essendo l’anima del mondo a conoscenza della Leggenda personale, i segnali vanno seguiti, raramente si tratta di banali coincidenze. Santiago è l’anti-scettico, è avventura, ramble on,

è libertà come raramente la si vede, è tutto ciò perchè al contrario di tutti impara a fidarsi della natura. Di sé.

La chiave simbolica della storia è, appunto, l’alchimia, di conseguenza la terminologia fondamentale appartiene a questa antica e misteriosa disciplina; le parole più ricorrenti, quindi i simboli più evidenti sono: leggenda personale, linguaggio e anima del mondo, la grande opera, l’amore.

Santiago, il protagonista, sogna un tesoro vicino le piramidi d’Egitto, sarà un vecchio re a dirgli di seguire quel sogno e che trovare quel tesoro fosse il proprio destino, la propria Leggenda personale, la sua storia già scritta dalla stessa mano che aveva creato il tesoro e tutto quanto sulla Terra. La leggenda personale è dunque, per Coelho, quello che si è sempre desiderato fare, sin dalla propria gioventù e quello che sembra essere il proprio obiettivo della vita. Ai giovani spesso tutto è chiaro, perché tutto appare possibile e non si ha paura di sognare, di desiderare e di raggiungere anche le mete più ardue.
Con il passare del tempo, tuttavia, questa forza misteriosa sembra offuscarsi e fa percepire i propri sogni sempre più lontani e impossibili da realizzare, come si fa a capire quando si è veramente davanti alla propria Leggenda Personale? Semplice, basta seguire i propri istinti e i segni che l’universo stesso ci dona, cercando di raggiungere un obiettivo determinato, fortemente desiderato. Questa leggenda personale si realizzerà, ma solo se desidererai una cosa con tutta la tua volontà. La volontà è tutto perchè le coincidenze non esistono, le coincidenza sono comodità, scorciatoie; il destino è scritto, ma l’acquiescenza non è contemplata, la volontà non cessa di avere un ruolo predominante e, se vogliamo, demiurgico.
Realizzare la propria Leggenda Personale significa dunque compiere il proprio destino, realizzare quello per cui si è nati. E’ un progetto che non riguarda solo sé stessi, ma tutto l’universo, è per questo che lo sforzo personale sarà premiato, come detto sopra, da quella serie di “coincidenze” favorevoli.

Tutto l’universo, infatti, cospira affinchè ciascuno realizzi il suo desiderio. “

L’anima del mondo” è passata nel pensiero greco attraverso il Timeo di Platone, il mondo è ‘un grande animale’, dal momento che in esso possiamo osservare fertilità e vitalità.
Gli stoici identificarono l’anima del mondo con Dio, tenendo presente anche l’accezione del divino pre cristianesimo; per Plotino infine L’anima del mondo è in mezzo, fra l’Intelletto (che deriva da Dio) e il mondo materiale. E’ sorprendente la scelta di mettere in gioco questa figura, ma in un certo senso non poteva non farlo, cose ci puo essere di più simbolico dell’Anima del mondo? Ciò che intendiamo noi, ciò che capiamo di questo, leggendo, non importa, l’importante è tener ben presente il rapporto tra questo simbolo e gli altri: all’idea di Anima del mondo Coelho fa risalire lo scibile, lo scibile è il mondo, la natura, accessibile ai soli sensi, ai segnali e all’istinto…Tutto ciò mi rimanda

inevitabilemente al 1880-1886, in Francia…

Azione, è come il volo degli sparvieri: non va compreso con la ragione , come tutto, Dio creò gli uomini affinchè ammirassero il creato attraverso le cose visibili. È questo ciò che io chiamo Azione.”

Da Baudelaire a Mallarmè il decadentismo cerca nuovi strumenti conoscitivi da sostituire a ragione e scienza, eridità illuminista e naturalista. Viene così invertita la gnoseologia, essi diranno che solo l’intuizione può mettere in diretto contatto l’artista con l’anima delle cose, col mistero della vita universale e solo l’arte attraverso l’intuizione si farà strumento di conoscenza suprema, autentica del reale; l’irrazionale si potrà capire solo per illuminazioni istantanee, segnali.

Continuo a pensare che Baudelaire, con un po’ d’oppio, avrebbe apprezzato questo libro.

Un altro aspetto interessante è la particolare e alternativa ottica da cui viene descritta e osservata l’allchimia. È risaputo che questa fosse la disciplina che prima di ogni altra cosa cercasse di ottenere l’elisir di lunga vita attraverso la pietra filosofale, e attraverso la scissione chimica del piombo, di trasformare i metalli in oro. In questo libro invece questi sono i ruoli marginali dell’alchimia, il lato che emerge è quello spirituale. Trasformare piombo in oro, attuare la Grande Opera, così si chiamava, non era la Leggenda personale di Santiago, ma dell’Alchimista… L’alchimia diventa scuola di vita per la quale l’insegnamento più grande è “ascolta il tuo cuore, esso conosce tutte le cose”: non perdere tempo sui libri, non studiarla la vita, parlaci. In quale lingua? Ovviamente nel linguaggio del mondo; la scena più bella del libro è per me proprio quella in cui si parla solo in linguaggio del mondo: Santiago deve trasformarsi in vento, o verrà ucciso; si siede su una duna e chiede aiuto al proprio cuore, ma questi non sa come aiutarlo, così chiamano il deserto, ma anche lui non ha mai sentito parlare di cose del genere. Non rimane che chiamare il vento, il vento stesso è costretto ad ammettere i limiti del suo potere così il Sole che stava ascoltando dovette intervenire e…

L’amore è il linguaggio universale o il inguaggio del mondo, ciò che tutti comprendono, uomini, donne, vento, deserto e alchimisti.

Credo che tra le tante cose questo libro sia un inno, un invito alla riconciliazione. Il Brasile, il suo Brasile, la terra di Coehlo ne avrebbe bisogno. Kevin Bales che ha scritto “I nuovi schiavi” dedica un intero capitolo al Brasile: la corsa al disboscamento ha generato un caos sociale mai visto prima, da questo e dall’economia instabile si è sviluppata la nuova schiavitù in Brasile. Quindi una riconciliazione con la natura è il desiderio latente che cela l’autore tra le righe, che ci piaccia o no e per quanto in questi mala tempora possa sembrarci strano l’uomo ha parlato la stessa lingua del mondo anni e anni or sono, e può, o meglio dovrebbe, riprovare a farlo.

Fatima e le altre donne di El-Faym vedono il deserto come desiderio, come via di fuga dalla monotonia della loro vita; ma basta un uomo, basta una scintilla e tutto cambia, ora guardano il deserto con speranza, cercando di intravedere all’orizzonte, tra due dune, il loro amato…Questo è Santiago, questa è la nostra storia. Contariamente a tutte le vite sprecate che passano nel tempo sotto i nostri occhi e siamo tutti incapaci di fare qualcosa, contrariamente alla logica comune che ci insegna a non credere in noi, che ci appiattisce, contrariamente a chi a chi ama e non riesce a guardare oltre il proprio naso, chi ha sbagliato tutto, perchè amare è vedere oltre i limiti, contrariamente a chi ha le capacità e non le sfrutta, a chi ha un sogno ma non la voglia di realizzarlo, contrariamente a “ogni uomo uccide ciò che ama” direbbe O. Wilde, a chi sta sulla meta e decide di non oltrepassarla.

“Contrariamente” è Santiago.

L’Alchimista e’ la storia di un pastore che cercava un tesoro e che ha avuto l’Universo.

-A cosa vi serve una rivoltella Signore?
-Per imparare ad avere fiducia negli uomini
.

Aldilà, se esiste…

January 5, 2010

Dio e l’uomo”

Ci incontreremo là, dove non c’è tenebra”

. . .

Aldilà, se esiste.

-Driin-

Orwell- Chi è ?

Campanella- Tommaso!

O- T’aspettavo…

C- Scusa, ho avuto un contrattempo.

O- Bene, ora sbrigati ed andiamo in un posto più sicuro, hanno occhi e orecchie ovunque.

C- Ancora con la storia dei telesc…1

O- Sssssh!

C- …D’accordo.

O- Ho letto di nuovo la tua opera, mi dispiace ma continua ad angosciarmi profondamente.

C- La mia opera? La tua è molto più angosciante!

O- Hai ragione, può sembrare strano, assurdo, ma più leggo e più penso alla “Città del sole” più non mi capacito di come tu abbia potuto scriverla.

C- Non capisco.

O- Dunque proverò a spiegarmi, ora correggimi se sbaglio: tu immagini una città, lontana, su un’isola sotto l’equatore; una città grande, spaziosa e solare. Tutto ciò già ha dell’incredibile2 ma andiamo avanti: la città è formata da sette mura concentriche, sette come i pianeti di Copernico, con al centro il tempio del Sole: eliocentrismo, limpido e perfetto com’è giusto che sia. E’ assurdo.

La città trasuda scienza e sapere da tutti i pori, le scienze sono dipinte sui muri, alla portata di tutti, la loro vita è scienza, la città stessa è scienza. Il sesso, il sesso è scienza3: inscindibile dall’astrologia che d’altronde regola ogni rapporto sociale della città.

C- Esatto, dunque?

O- Il sapere è politica, la scienza religione: binomi pericolosi. E’ una città giusta, meritocratica, dici che è grazie a Dio, ma non ci credi neanche tu; i tuoi giudici sono eletti e criticati dalle persone, hanno una loro relativa autonomia e soprattutto sono scelti per le loro facoltà intellettuali…

C- Quale se non questo può essere il criterio? È fondamentale che chi amministra qualcosa o qualcuno sia il sapiente per eccellenza; allora potrà anche non sapere nulla di come si governa, ma essendo il più colto sarà il più saggio e senz’altro, non potrà essere altro che il più giusto.

Non vorrai contraddire Platone, il più grande tra i grandi; anche secondo lui i filosofi, i sapienti, sono i più indicati a governare perchè amano la verità. La filosofia è amore della verità, della sapienza, non verità in quanto verità o sapienza. È ricerca, perpetua. Il filosofo non è perfetto, è la miglior guida che una città possa desiderare, ma la città stessa può, per quanto il filosofo non lo voglia, deragliare dalla via più consona, migliore. Ma questo è Platone, non Sole: Sole è Metafisico quanto è metafisica; ciò rende la mia città così idilliaca, onirica e perfetta.

O- Questo è certo! È poesia, è fantastico; ma non miravo a ciò. Tu uguagli la politica alla religione, perchè Sole è al contempo il più alto degli offiziali come il più alto dei sacerdoti; essendo il più alto degli offiziali per sillogismo sarà il più grande dei sapienti…

C- Ovviamente.

O- Ma tutto rientra sempre nel piano di Dio: religione e politica, sono governanti e sacerdoti; perfino il Metafisico prega , (oppure: soprattutto il Metafisico prega ?). Hai creato questo non luogo onirico, dando vita al sistema astronomico deterministico che tu prediligi, nonostante non sia ciò che la Chiesa vuole, quello Copernicano, non negarlo!

È assurdo, di nuovo.

Ciò che tu hai fatto, e mi chiedo ancora come, è aver creato una teologia razionale. Grande quanto paradossale.

C- Assurdo? Questa è stata la mia grandezza, questa era l’eredità che ho cercato di lasciarvi ma che nessuno ha saputo cogliere. Lascia che ti dica una cosa…

Ho letto di un futuro prossimo dove il mondo è diviso in Oceania, Eurasia ed Estasia; è la storia dell’ultimo vero uomo, del socing, del così detto “Grande fratello” e del suo partito.

Il “grande fratello” è un’entità onnipresente che tutto vede e tutto sente, di chiunque e dovunque; il partito controlla il passato per controllare il presente4, questo è uno dei suoi motti, la verità, la giustizia, la non-giustizia, non esiste più nulla. Il partito detta legge, modifica il passato a suo piacimento in modo tale che il presente sia il suo riverbero perfetto e non faccia altro che esaltare La dottrina, l’unica permessa, quella del partito, freddamente quanto perfettamente riassunta sulla facciata del ministero della Verità: “La guerra è pace, l’ignoranza è forza, la libertà è schiavitù”.

Tutti quelli che non amano il grande fratello non vengono uccisi, oh no, il partito non è come l’inquisizione che bruciando un eretico lo martirizzava e creava, così, altri cento eretici; il partito muta, trasforma, converte. Agisce sulla mente.

La storia di Winston Smith, mi ha affascinato non c’è che dire, ma questo libro, questo, è stato veramente angosciante; non di certo il mio.

Un mondo senza Dio, la metafisica è il “grande fratello” che appare solo in foto e ti dice “i’m watching you” e nient’altro, niente di più astratto e la cosa più concreta: la realtà. Intangibile e ineffabile ma vera. Dov’è la ragione? Come avete usato la ragione? E l’ homo sapiens, senza di Dio, perchè è così ammutolito, acquiescente. Perchè 2+2=5?5 Come hai potuto?

Ecco, tutto ciò, tutto ciò che TU hai scritto, io trovo sia l’unica cosa assurda.

O- Assurdo? È possibile che non capisci? L’unica cosa angosciante è per me il pensare che cinquecento anni prima di me qualcuno, tu, abbia potuto pensare un qualcosa come “la città del sole”. Mi spiego: è palese che nè te, nè tanto meno Platone abbiate avuto i presupposti storici e politici per attuare le vostre teorie, Platone sapeva che non vi fosse nessuna costituzione compatibile con il suo modello di città, anche tu cosciente di questo ti sei rifugiato con lui nell’utopia, il non luogo, sulle orme di More. Ti auguravi una vera e propria rivoluzione sociale, parlavi di giustizia e di politica come pochi prima, hai avanzato un comunismo, sì platonico, ma sociale ed economico, più moderno. Un comunismo chiaro e limpido: esattamente ciò che io demistifico in 1984! Capisci ora perchè non riesco a concepire la tua città? 1984 è la degenerazione della tua utopia, niente di più, la mia Londra è la tua città marcia e fraintesa.6 Eterogenesi dei fini.

Da quando l’uomo, cercando di portare il paradiso sulla terra, creò l’inferno,utopia e distopia non sono altro che un circolo, causa e conseguenza l’uno dell’altro.

C- Santo Dio…

O- Io sono stato costretto alla distopia perchè il mio mondo si stava distruggendo, hai sentito parlare di Auschwitz? Sai cos’è una guerra mondiale? Tu hai potuto rifugiarti in un sogno parallelo, ti è stata possibile una fuga dalla realtà, a me no: questa è la mia angoscia, a me rimanevano solo incubi.

Non ho compreso il tuo Dio nella “Città del Sole”, quel tuo contrastarti: fede, ragione. Religio et ratio. Ma con il senno di poi, posso dire che quasi t’invidio.

C- George, ho visto l’uomo elevarsi, fluttuare, fuggire dalla corruzione di questo mondo terreno, ho visto il Sole al centro dell’Universo, ho visto il Sole rispecchiarcisi, quell’universo infinito, animato, animale. Lo stesso che ho visto riflesso nelle pupille in fiamme di Bruno, il 17 Febbraio del 1600, sul rogo di Campo de’ Fiori. Che tu ci voglia credere o no, ho visto molto. Ho visto Dio, l’ho studiato, l’ho cercato per tutta la vita,ovunque; l’ho trovato nel mito di Platone, l’ho scoperto nel razionalismo di Aristotele, ma non fu mai abbastanza, così dall’altra parte del mondo, nel cuore selvaggio della natura, ho capito che l’uomo dovrebbe essere ciò che merita, e ho indagato la giustizia, e ho pensato che sì, un Metafisico, eletto, profeta, deve governare, ma egli è comunque perfettibile, non è assoluto, infallibile, è mortale come gli altri, non è divino. Affatto. Solo la sua intelligenza è superiore. Ma l’intelligenza, George. La mente. Quel grande cervello. Questo è ciò che differenzia le nostre utopie. Il problema non è Dio, è l’uomo; posso ammettere la posizione ambigua della mia divinità, ma credo di avere ben chiaro cosa vorrei dall’umanità. Dio e l’uomo. L’uomo.7

O- L’intelligenza dici…La mente? È stato quel grande cervello, per quanto possa sembrare strano, a portarci a 1984. Un pensiero talmente forte da auto annichilirsi, da sopraffarsi. No, nella mia distopia non è possibile pensare; ma nella tua?

C- La mia era una speranza, un’idea; In potenza. La tua un disastro; In atto.

O- Non riesci ad afferrare…Se fossi vissuto nella mia epoca, cosa avresti scritto? Se sapessi ciò che io ho appreso, se sapessi…La mente dici? Chiedilo alla scuola di Francoforte8, chiedi loro cosa ci ha fatto la mente. Osserva il razionalismo animale, bestia, spietato. La banalità del male.9

C- Abbiamo provato a liberarci di Dio per secoli, per avere una giustizia tutta umana, abbiamo ottenuto una non-giustizia astratta. A che pro ?

O- Umana, troppo umana.10 Era la cosa giusta da fare?

C-Ho visto Dio uccidere il pensiero. Dilaniarlo e opprimerlo.

O- Io ho visto l’uomo uccidere Dio, e ti posso assicurare che è stato peggio.

C- Se non ce ne fossimo liberati saremmo rimasti bloccati, sempre allo stesso punto; tu ci devi l’esistenza, il tuo pensiero c’è ed è tale perchè l’uomo ha ucciso Dio con la ragione. È così.

O- Guarda dove siamo. Il 1984 è arrivato davvero. Il totalitarismo è anche qui, dove siamo noi, nel non luogo per eccellenza. Qui non c’è il Sole, come nella tua città. Non c’è Possanza, Sapienza e Amore11. Questa è la realtà, non si scappa da essa.

C- Quale realtà? “La guerra pace? La libertà è schiavitù? L’ignoranza è forza?”

O-Ho visto cose, Tommaso, che non puoi neanche immaginare.

C- E’ tempo di morire.

O- Di nuovo?

C- E chi ha detto che siamo morti ?

Se vuoi un’immagine del futuro, immagina uno stivale che calpesta un volto umano — per sempre.”

. . .

Note

1: I teleschermi sono i sensi del partito, sono i mille occhi del grande fratello, le orecchie del socing. A Londra ve n’è uno in ogni casa; interagiscono con le persone, intrattengono, danno ordini e soprattutto rettificano e scandiscono la giornata, dalla sveglia al coprifuoco.

<Noi siamo i morti> disse Winston.

<Noi siamo i morti> fece dolcemente eco julia.

<Voi siete i morti> disse una voce metallica alle loro spalle.

2: L’urbanistica di Orwell è agli antipodi con quella della “Città del sole”; possiamo dire che per un abitante di quella Londra, una strada così come descritta da Campanella sarebbe stata davvero inconcepibile considerando la giungla di cemento, la sporcizia, le strade buie di 1984.

3: “Per far temperie” le donne più belle si accoppiavano con i maschi più brutti e malformi, e gli uomini più slanciati e possenti con quanto di peggio potesse offrire il mondo femminile: il sesso non è piacere, è scienza, generazione e tradizione (come in Orwell è un dovere verso il partito). I due si addormentavano in due stanze differenti, si congiungevano solo quando il maestro li andava a chiamare dopo aver consultato l’oroscopo e constatato che ogni astro fosse al suo posto.

4: “Chi controlla il passato controlla il futuro. Chi controlla il presente controlla il passato.” Questo è il compito del Ministero della Verità, qui è impiegato Winston ed il suo lavoro consiste proprio nel modificare le prove del passato affinchè diano ragione al presente; sempre e comunque. Nessuno così avrà appigli che permettano di dire che qualcosa non è andato come doveva o potrà alludere ad incidenti di percorso, ad errori o addirittura menzogne del partito.

5: “La somma di libertà più libertà è come dire che due più due fa quattro. Se ciò è concesso, allora segue tutto il resto.” 2+2=5 sulle labbra di Winston Smith: questa è la morte dell’ultimo uomo rimasto nel 1984; è una metafora ad alto contenuto simbolico, senza dubbio contribuisce al parossismo del finale che sfocerà nel paradossale e incredibile anatema -Ora amava il Grande fratello-.

6: Orwell è angosciato al solo pensiero che qualcuno potesse aver pensato, quattro secoli prima, “un’utopia così utopica” come la “Città del sole”, concettualmente troppo distante da lui; è confuso e spaesato. E’ angosciato, è terrorizzato capendo che la sua Londra è semplicemente il frutto della degenerazione di tante “Città del sole”.

7: Si arriva ad un paradossale scambio di ruoli: fra Campanella invidia Orwell per esser vissuto in un mondo senza Dio, senza quel Dio che lo isolò, che arse vivo Bruno, che condannò Galileo. Che bruciò libri. Orwell al contrario invidia Campanella: Dio è stato ucciso dalla ragione sfrenata che non ha sempre portato a esiti positivi, forse solo Dio potrebbe salvarci dal 1984; o addirittura solo la speranza in lui. Deus ex machina.

8: Adorno e Horkheimer, esponenti della “scuola di Francoforte”, sostenevano, ad esempio, che che il regime nazista fosse il naturale frutto dell’Illuminismo. Questo è interessante: la distopia potrebbe nascere in effetti dalla convinzione che l’uomo ha di dominare il mondo, di porsi ad un gradino qualitativamente superiore, ed autoannichilirsi.

9: Dall’omonimo libro di Hannah Arendt.

10: (Omonimo libro di Nietzsche, un’antologia del pensiero breve sulla psicologia -ripreso da Freud-) essenzialmente un gioco di parole riferito al rigo successivo dove si cita la morte di Dio come, appunto, nel famoso aforisma di N. : “Dio è morto”.

11: La trinità divina nella “Città del sole” non comprende “padre, figlio e spirito santo”, bensì “possanza, sapienza e sommo amore”: questa decisiva e ultima idea è quella che mi ha spinto a considerare criticamente quest’utopia lasciandomi notare, apprezzare e capire l’ambiguo rapporto tra l’autore e la fede. Un’idea di conflitto, di incongruenze: ecco la mia finale impressione; ciò che ho trovato davvero interessante e in risalto è l’attrazione verso la scienza e il graduale distaccamento dalla fede di Campanella. “L’uomo e Dio”.

Bibliografia: “1984” George Orwell, “La Citta del sole” Tommaso Campanella, “Repubblica-V” Platone, “Utopia” Vittor Ivo Comparato.

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di Giovanni Galassi, IIf

Al futuro o al passato, a un tempo in cui il pensiero è libero, quando gli uomini sono differenti l’uno dall’altro e non vivono soli…
A un tempo in cui esiste la verità e quel che è fatto non può essere disfatto.
Dall’età del livellamento, dall’età della solitudine, dall’età del Grande Fratello, dall’età del Bipensiero… tanti saluti! “

“Agens o actus?”

January 1, 2010

Agens o actus?”

La libertà nel pensiero contemporaneo


Biologicamente, psicologicamente,economicamente…Liberi o no? Il pensiero contemporaneo si scinde drasticamente interpretando “l’oggi” per risalire al passato, confronta la propria dimensione con un’idea, vaga, astratta, Bellissima. Libertà.

Siamo liberi? “Non lo siamo stati” o “sicuramente lo saremo”; non si sa se ORA lo siamo, se è giusto o sbagliato. L’assurdo storico di fare sempre storia contemporanea, dice B. Croce, è la causa di questo dirompente relativismo esistenziale che è quanto di peggio ci possa capitare; così sostiene K.Popper. La storia giunge da noi, porta con sé tutto ciò di cui abbiamo bisogno: norme.

Noi stessi, noi siamo le norme, guide intrinseche. Fisiologiche. Come si può, nel XXI sec., dire che “giusto e sbagliato” siano relativi? Historia magistra vitae.

Un sociologo statunitense, Wilson, troverebbe tutto ciò al limite del ridicolo. Questo parlare “così liberimente di libertà”… Biologicamente infatti, a quanto la sociobiologia sostiene, la nostra libertà, la nostra possibilità di scelta è estremamente limitata; se effettivamente il carattere è insito nel dna, la libertà cessa con l’esistere. Non c’è.

Ma esiste un deus ex machina che può tirarci fuori da questo materialismo, da un destino demiurgo e determinista, sì, è il cervello, la mente, l’intelligenza: motore dell’umanità, “macchina perfetta” direbbe Minsky, chiave di svolta della storia e al contempo l’unico mezzo tanto potente da poter dilaniare, scardinare l’evoluzione. La mente ha dato inizio alla cultura: l’evoluzione è solo morfologica, “è una scienza non una teoria”. Quindi la cultura ci rende liberi e se lo può fare vuol dire che la libertà, quella vera, è la libertà di pensare; nessuno sarà mai schiavo finchè “un teleschermo non leggerà anche la sua mente” direbbe Orwell o finchè un agente delle SS non ti imporrà la SUA forma mentis. Direbbe Betthleim.

La libertà è poter pensare, è poter usare la propria cultura: tutto torna. Quando la politica vuole privare il popolo di libertà su cosa agisce? Sull’istruzione; storicamente la politica tocca, quando può, la libertà del cittadino: questo è l’autoritarismo Sud Americano ad esempio. Qui si apre un dibattito molto affascinante: come combattere per la libertà? Come ottenerla? Un ex rivoluzionario, possiamo dire “un rivoluzionario pentito” e al contempo un grande intellettuale come Octavio Paz denigra e demostifica ferocemente la guerrilla: la rivoluzione è un concetto occidentale, direbbe Nandy, la libertà si ottiene solo e soltanto con la libertà. Questo è bellissimo, è poesia.

Mi torna in mente a tal proposito un slogan palestinese che trasmettavano spesso al tg. “fighting for peace is like fucking for verginity”, nonostante la durezza centra squisitamente il punto: libertà, solo la libertà, chiama libertà. Seguire un’ideologia è apparentemente essere liberi; le ideologie hanno il triste destino di essere tradite: i liberali dai borghesi, Marx dai comunisti, Cristo dalla chiesa.

Quello che serve è congiungere la propria libertà con quella politica e quella politica a quella economica. Serve liberismo, ovunque, serve rivalutare l’iniziativa del privato oppresso dalla burocrazia governativa. Libertà.

La libertà è sempre nell’occhio del ciclone, perpetuo punctum dolens della società, nonostante quest’ultima non lo accetti. Accettiamo fieri l’eridità del libero arbitrio, lo facciamo nostro legandolo al letto di Procuste occidentale, ma subito dopo non riusciamo a concepire che un uomo possa sciegliere il male scientemente, liberamente. È un paradossale ritorno dell’intellettualismo etico, si puo solo compiere il bene, chi sceglie il male? È pazzo o malato; purtroppo però la libertà è anche questo, ma non lo accettiamo. Ci fidiamo ciecamente del nostro Freud, psicologo dell’umanità; ma intanto eros e thanathos ci guardano perplessi e ridono di noi.

Agens o actus? Credo agens et actus. Il caso.